Quarta rivoluzione: «Noi siamo pronti»

di Romina Borla

La quarta rivoluzione industriale sta ridefinendo i contorni della vita sociale e dei processi produttivi nei Paesi più avanzati. Mentre mondi reali e mondi virtuali convergono in un «Internet delle cose» che ha l’obiettivo di semplificare l’esistenza e renderla più performante. Dal canto loro, parecchi Governi promuovono progetti strategici per affrontare a pieno regime i temi dell’industria 4.0 e della digitalizzazione. Ad esempio il Giappone ha di recente annunciato un piano di investimenti pubblico-privati da 600 miliardi di yen, pari a oltre 5 miliardi di franchi. «Il fenomeno è complesso e veloce», osserva Emanuele Carpanzano, direttore del Dipartimento tecnologie innovative (DTI) della SUPSI, organismo in prima linea su questo fronte. «Per non restare indietro bisogna stare in guardia e correre, senza lasciare nulla al caso». Cerchiamo adesso di capire cosa significa «Industria 4.0» e come il concetto si sta sviluppando nel contesto elvetico e ticinese.

Il termine «Industria 4.0» – spiega Emanuele Carpanzano – è nato nel 2011 quando, durante la Fiera di Hannover, la Germania ha presentato un programma di ricerca industriale denominato appunto «Industria 4.0». Il messaggio alla base di quello che era sostanzialmente un programma politico, poi replicato da una serie di Stati industrializzati nelmondo, era semplice e chiaro: il modo di sviluppare i prodotti, i processi produttivi e il sistema di immetterli sul mercato cambiano velocemente, bisogna attrezzarsi per affrontare questa rivoluzione e cogliere al meglio le opportunità.

Con la quarta rivoluzione industriale ci sono state ulteriori evoluzioni, ma niente di davvero innovativo dal punto di vista tecnologico. La novità è piuttosto stata la possibilità di scambiarsi informazioni strutturate in tempi brevissimi e anche su distanze lunghe.

Emanuele Carpanzano

«Si parlava dunque, con consapevolezza, della quarta rivoluzione industriale, caratterizzata da un insieme di tecnologie digitali “abilitanti” – che abilitano, cioè rendono possibile un cambiamento – quali Internet, intelligenza artificiale, manifattura additiva (o stampa 3D), il mondo dei big data (raccolta di dati eterogenei), il concetto di cloudcomputing o nuvola informatica». In ogni modo, fa notare il nostro interlocutore, molte di queste tecnologie esistono già da tempo: l’informatica dal 1950, i robot dagli anni ‘70, le tecniche additive dagli anni ‘80, il Worldwideweb dal 1991. «Sia la prima rivoluzione (meccanica) sia la seconda (elettronica) hanno comportato un cambio di paradigma tecnologico profondo», dice il direttore del DTI. «Si può dire lo stesso per la terza, con l’avvento dei PC, dei robot, della prima navicella spaziale, dei satelliti, ecc. Con la quarta rivoluzione industriale ci sono state ulteriori evoluzioni, ma niente di davvero innovativo dal punto di vista tecnologico. La novità è piuttosto stata la possibilità di scambiarsi informazioni strutturate in tempi brevissimi e anche su distanze lunghe. Inoltre si è assistito a un’accelerazione improvvisa di interesse, forse dovuta a una presa di coscienza collettiva, anche da parte della politica».

La trasformazione, insomma, è in atto con impatti importanti sulla società, sottolinea l’esperto. In primo luogo sta cambiando il rapporto tra produttore, venditore e consumatore ma anche tra produttore e fornitore. «Grazie all’enorme quantità di dati in circolazione sarà possibile conoscere in modo più preciso le esigenze e le aspettative dei potenziali clienti. A chi fa industria si chiederà di fornire prodotti e servizi su misura in modo diretto, comodo e veloce. Sarà sempre più difficile che il consumatore si accontenti di visitare un negozio, scegliere un articolo in esposizione e comprarlo. Si documenterà prima sul Web, ordinerà spesso online, cercherà prodotti e servizi personalizzati, più performanti, comodi, salubri».

Le società avranno un’anima digitale molto marcata e dovranno essere capaci di adattare rapidamente produzione e capacità produttiva alle esigenze del momento.

Per questo, secondo Carpanzano, l’universo della produzione e della vendita dovrà cambiare in fretta, integrando tecnologie innovative. «Chi vende dovrà essere in grado di offrire un assortimento più vasto, magari sfruttando sistemi digitali di scelta in negozio e di spedizione al domicilio. Le filiere dovranno essere integrate e regionalizzate. Produrre in pochi luoghi di solito marginali, infatti, sta diventando poco sostenibile: lo spostamento delle merci richiede troppo tempo e denaro che si ripercuote sul loro costo». Si trasformerà anche il modo di fare impresa, aggiunge l’intervistato. Le società avranno un’anima digitale molto marcata e dovranno essere capaci di adattare rapidamente produzione e capacità produttiva alle esigenze del momento. Le macchine dovranno essere più sensibili e intelligenti. Il processo produttivo dovrà risultare flessibile e velocemente modificabile. Inoltre, le imprese dovranno rapportarsi ai potenziali clienti in modo diretto attraverso Internet, blog, social, ecc.

Nuovi strumenti digitali per la progettazione presso il DTI.

Per quel che riguarda gli «effetti collaterali» sull’ambiente e sul lavoro, Carpanzano è ottimista: «In futuro sarà possibile ridurre sia i consumi sia le emissioni. Ogni azione sarà tracciata, monitorata e ottimizzata con l’obiettivo di ridurre gli sprechi, gli spostamenti superflui». Le tecnologie innovative permetteranno di fare meglio il proprio mestiere, qualunque esso sia (aumento di affidabilità, velocità, precisione). I lavori pesanti verranno alleggeriti, quelli poco salubri e sicuri saranno «bonificati».

Il problema sarà che le persone dovranno essere pronte ad occupare queste nuove posizioni, imparando ad usare in fretta le tecnologie che di volta in volta prenderanno il sopravvento.

Certo, è prevedibile che un alto numero di posti di lavoro svanirà, per certe categorie si parla addirittura del 50% e oltre. Le attività più semplici, usuranti e ripetitive saranno digitalizzate e automatizzate, con l’uomo che manterrà un ruolo di manutenzione e supervisione («è insostituibile)». «Ma – aggiunge l’intervistato – si svilupperanno nuove ed interessanti professioni. Mi spiego. Magari necessiterò di meno personale in fabbrica, sulla linea di produzione, ma potenzierò il team dedicato al design, alla vendita e ai servizi post vendita. Assumeranno importanza poi figure quali il data scientist, un informatico-matematico-statistico ma anche economista, ingegnere che avrà il compito di elaborare i dati affinché abbiano scopi utili». Il problema – riconosce il nostro interlocutore – sarà che le persone dovranno essere pronte ad occupare queste nuove posizioni, imparando ad usare in fretta le tecnologie che di volta in volta prenderanno il sopravvento (importanza della formazione a tutti i livelli).

Inoltre, continua Carpanzano, non dimentichiamoci che l’organizzazione del lavoro è decisa dal modello economico e sociale che si sceglie di perseguire. «Faccio un esempio: negli ultimi due secoli, in Francia, la capacità produttiva è aumentata di 26 volte e l’occupazione è cresciuta del 75%, mentre l’orario di lavoro medio si è dimezzato… In pratica bisogna capire se la diminuzione delle risorse umane dovuta alla tecnologia porterà, nel nostro contesto, a un dimezzamento dei lavoratori oppure del tempo di lavoro. Vedremo cosa deciderà la politica».

Dobbiamo considerarci fortunati: disponiamo di leggi a favore dell’innovazione, un sistema di formazione duale e di ricerca efficace, delle condizioni industriali ed economiche favorevoli. Viviamo questa trasformazione da una posizione privilegiata.

Il direttore del DTI ricorda come negli ultimi anni la Confederazione si sia attrezzata per affrontare questi cambiamenti in mondo efficace, in particolare cita tre importanti iniziative che hannol’obiettivo di fare della Svizzera uno dei maggiori centri mondiali per l’innovazione tecnologica: Industria 2025, Digitalswitzerland e Swiss innovation park. «Anche i singoli cantoni – il Ticino con SUPSI, USI e aziende al suo fianco – stanno facendo la loro parte. Dobbiamo considerarci fortunati: disponiamo di leggi a favore dell’innovazione, un sistema di formazione duale e di ricerca efficace, delle condizioni industriali ed economiche favorevoli. Viviamo questa trasformazione da una posizione privilegiata, è dunque ragionevole prevedere che saremo in grado di cogliere le opportunità meglio di altri. Certo, è fondamentale non abbassare la guardia e continuare a correre».